Storia della Medicina e della Farmacia

Saluto al Convegno dell'Assessore alla Cultura, Biblioteche e Musei di Vittorio Veneto
di De Bertolis Michele

Saluto al Convegno dell'Assessore alla Cultura, Biblioteche
e Musei di Vittorio Veneto


Michele DE BERTOLIS

Passasse di nuovo, oggi, le Alpi, per venire di qua, in cerca del clima mite e salubre, curativo per il suo “mal di petto”, certo Michel de Montaigne, l'iniziatore del Grand Tour, il fondatore del mito della bella Italia (quel diavoletto che riempie di folle piazza San Marco, i giardini di Boboli, i Musei Vaticani) troverebbe scarso conforto dal paesaggio.
Ma, constatando l'ottimo livello di salute, confermerebbe l'effetto taumaturgico di aria e clima, di varia e corretta alimentazione e di fruizione diffusa della bellezza.
Anche lui, al massimo, potrebbe incorrere in quelle lievi turbe vagodistoniche che, come è noto, affliggono viaggiatori sensibili (e tra essi, splendide, pallide, esangui nordiche fanciulle...), da Stendhal in poi, descritte e catalogate nosograficamente, epidemiche; sicuramente non endemiche per un popolo che, spesso, alle cose belle è talmente assuefatto, da non prendersene cura al punto, in non rari casi, di arrivare finanche all'indifferenza di fronte allo sconcio di esse.
Non farebbe giustizia, il Signore di Montaigne, quindi, ad una lotta per la salute, secolare, indefessa, ininterrotta; condotta da figure di Sanitari, per lo più oscure e dimenticate, attraverso epoche di flagelli autentici, quali la pellagra, il colera, la peste, le virosi epidemiche come la spagnola, che ha portato la nostra gente (e non è davvero poco!) ad una CONQUISTA: la sopravvivenza.
E mi pare che questo Convegno (che svetta ponderoso e poderoso, per ambizione trattatistica) proprio a ciò, in definitiva, si ispiri: a quel PRIMUM VIVERE, DEINDE PHILOSOPHARI che, partendo dalla raccolta delle erbe officinali, dall'uso dei cauteri, delle sanguisughe, del calomelano e dell'ipecacuana (magnifici i ricettari di Ildegarda di Bingen...), dalla pratica amputativa a ridosso dei campi di battaglia; e passando a volo di falco attraverso Morgagni padovano (fondatore della Medicina scientifica), attraverso Harvey (inglese ma padovano), fisiologo, e via via attraverso Scarpa (anatomico nato a Motta di Livenza) e molti Altri (noti e sconosciuti), arriva alle soglie di un presente di “magnifiche sorti e progressive” come nella leopardiana ginestra, fatto di Risonanze Magnetiche più dettagliate di un tavolo di dissezione, di telechirurgia senza l'uso delle mani (ma confidiamo, non senza l'uso del cervello di un umano operatore!) e di quanto altro oggi disponibile.
Con ulteriori sfide ed ingaggi, certo, contro malattie nuove, non ancora relegabili, come fu per la difterite o la poliomielite, nei trattati di Storia della Medicina: dal Lazzaretto, dagli Spedali di carità, in un balzo, alle camere di ricovero singole, con bagno autonomo, aria condizionata e TV satellitare.
Trionfalisticamente, ma superficialmente, tutto ciò potrebbe essere considerato e disegnato come PROGRESSO.
Non lo è , in gran parte, in quanto è immutata, attraverso questi secoli, anche se migliorata certo, la condizione umana; quella della sofferenza, della morte. Dodici - come gli Apostoli - Relatori, molto illustri, coordinati e guidati dalla sempre attivissima Loredana Imperio, andranno a dissezionare, come nel famoso quadro “La Lezione di Anatomia del dottor Tulp”, di Rembrandt, datato 1632, ammirabile al Mauritshuis de L'Aia, salienti fasi di questo lungo percorso, focalizzandolo, in grandangolo, su una prospettiva territoriale prealpina e quindi, per necessità, astraendolo, estrapolandolo dal faticoso e mondiale percorso della Medicina.
Ciò fa grande onore alla nostra Città, che li ospita oggi, e spero li ospiterà ancora. E non venga giudicata, dai superficiali, riduttiva, o in qualche modo strapaesana questa impostazione: al contrario, si consideri attentamente che ricevere o dare salute è all'evidenza cosa diversissima, in relazione alle condizioni d'ambiente, fisico-geografico-culturali, come ben sa l'Attore sanitario (a proposito: è chi cura o chi è curato?) in pace o in guerra, in Africa o in Europa, d'inverno o d'estate, e così via.

Un esempio storico, data la platea di Storici: al guado di Governolo, sul Mincio, Giovanni de' Medici (1478-1534), il nipote di Clemente VII, mentre alla testa delle sue “bande nere” si oppone ai lanzichenecchi di Georg Von Frundsberg, è attinto ad una gamba da un proiettile scagliato da un falconetto. Soccorso, viene trasportato su un carretto a Mantova, alla Corte dei Gonzaga.
Lì si discute per quattro giorni se amputargli l'arto.
Nel frattempo muore di shock settico. Fu infatti Parè, chirurgo di Enrico II, in altro luogo, a sperimentare (e successivamente a diffondere) la tecnica della legatura dei vasi, pochissimi anni dopo. È probabile quindi che l'obitus si sarebbe avuto anche dopo tempestiva amputazione, eseguita com' era con coltello, sega e cauterio rovente.
Bene, centinaia di migliaia di simili traumatizzati, negli ospedali da campo del I e II conflitto, se la cavarono invece e tornarono a casa con gruccia o arto artificiale, come ci testimonia E. Hemingway, nel suo splendido Farewell to Arms.
Tutto questo per una mutata condizione culturale e, soprattutto, per un processo progressivo di COSCIENZA ORGANIZZATIVA SANITARIA. Per questo, la profonda riflessione di oggi è infinitamente di più che una disamina di piccoli dati, più o meno curiosi, magari velati di nostalgia per il "buon tempo andato", per le "sue cure naturali".
La Medicina, infatti, non è esercizio esclusivo dei Sanitari: è pratica di tutti, è dovere di tutti, a cominciare dalle buone regole di vita, note come Igiene.
La Medicina è, innanzitutto, politica, in quanto è dottrina da applicare, indistintamente, a tutto il genere umano, come pure al mondo animale e vegetale, all'acqua, alla terra, ai fiumi, all'aria.
Essa permea il lavoro, la famiglia, la sessualità dell'uomo, l'educazione e lo sviluppo dei bambini, persino i passatempi ed i divertimenti; deve accompagnare, con discrezione fino alla soglia del ben morire.
Quanto valeva la vita di un bambino - in queste nostre Prealpi - cent'anni fa? Quanto mangiava, come veniva curato, pulito, istruito, riscaldato? Qual era la sua probabilità di raggiungere una vita piena?
A queste e ad altre domande daranno risposte gli studiosi oggi qui riuniti, che ancora voglio ringraziare a nome del Sindaco e di tutta l'Amministrazione.
Quanto dura e sconsolata fu stata la giornata di un Medico Condotto, di una levatrice, di un infermiere, tra le plaghe abbandonate di queste nostre splendide Prealpi, nell'isolamento innevato dei mesi invernali, nelle condizioni di igiene più miserrime e attraverso epocali pestilenze, guerre, carestie? Cento, duecento, trecento anni fa? E, insieme, quanto grande fu il senso di queste oscure esistenze?
È solo un percorso di memoria, come quello che intraprendete oggi che può riportare giustizia, equità al pensiero, sottolineatura alla figura dell'Eroe civilissimo, ancorché umile e perlopiù anonimo.
Andare indietro nel tempo è la premessa per guardare con fiducia al presente ed al futuro.
E sono queste le parole che dice lo sceicco Auda al Colonnello Lawrence, sotto una tenda, sperduta nell'infinità notturna del deserto arabico: “Il Mondo diventa più grande mano a mano che torniamo indietro”(*).



(*) The world is greater as we go back (Th. E. Lawrence, The Seven Pillars of Wisdom (1926), cap. LXI; tr. it. I Sette Pilastri della Saggezza, Milano 1983, p. 412).

 
| Pagine: 13-15 | | Editore: De Bastiani Anno: 2012 |
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