Storia Cenedese-Serravallese

Arriva il progresso!
di TOMASI Giovanni

La relazione d'avvio è stata assegnata a Giovanni Tomasi, che l'ha intitolata, con intelligente provocazione di sintesi, Arriva il Progresso! (pp. 11-34), con tanto di punto esclamativo.
Si parte dall'assunto della grande arretratezza materiale e amministrativa della Serenissima, concentrata a mantenere la sicurezza della Città-stato “dominante”, al prezzo di lasciare nell'abbandono feudale le sue campagne.
Mi permetto – a questo punto – di consigliare una lettura (o rilettura) delle prime tre-quattrocento pagine delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, per ritrovare il torbido grigiore del feudalesimo veneto di campagna, strascicato fino alle soglie della Rivoluzione francese, mentre esplodeva nel mondo, appunto, il Progresso.
L'aristocrazia veneta, sia pur blasonata da un millennio di gestione dello stato, si dimostrò, con le solite eccezioni, inetta e incapace, capace semmai soltanto di conservare i propri privilegi. Ebbene, in questo medioevo veneto, plumbeo ed incombente, i francesi, ma soprattutto gli austriaci, metteranno mano con vigore e con metodo.
Tomasi nota come i nuovi occupanti si trovassero di fronte ad una realtà che riportata ai nostri parametri valutativi si definirebbe da terzo mondo.
La relazione si occupa prevalentemente dell'amministrazione austriaca dei Distretti di Ceneda e Serravalle, e rileva come la prima preoccupazione dei nuovi occupanti fosse quella di avere un panorama esatto e rigoroso del territorio, indirizzando uomini e risorse alla esplorazione di questa nuova parte dell'Impero.
Mancava una cartografia scientifica e non c'erano strade degne di questo nome, il deficit economico-commerciale era evidente; l'amministrazione ancora quella di cinquecento anni prima; l'istruzione pubblica del tutto carente; agricoltura e industria erano antiquate, salvo modeste eccezioni; preoccupanti i tassi di delinquenza.
È davvero difficile – se non ricorrendo ad una specie di revanche dell'ignoranza – comprendere chi, proprio dalle campagne venete, rivendichi ancor oggi un penoso “ritorno alla Serenissima” in termini di governo locale (al di là dei generali meriti storici, artistici e culturali di Venezia, che ovviamente non si discutono).
Eppure, mettere mano al disastro veneto non doveva esser poi impossibile, se lo si voleva, perché una stampa in quattro fogli scala 1:288.000 del Ducato Veneto venne realizzata in pochi anni, seguita poi da 120 fogli scala 1:28.800, accompagnati da note topografiche, demografiche ed economiche.
Il territorio di Ceneda e Conegliano fu illustrato con tre fogli tra 1801 e 1803.
Poi si mise mano ad un catasto moderno cui parteciparono austriaci e francesi in una staffetta di fatto, e il cosiddetto Catasto Napoleonico (1813-17) fu poi completato al ritorno degli austriaci.
Questo primo passo consentì anche di provvedere alla viabilità.
Ricordo la Strada Regia di Alemagna (il cui tracciato, e la cui storia sono stati oggetto del precedente Convegno del Circolo) che parte dal bivio di Gai, nei pressi di Conegliano per arrivare a Dobbiaco allacciandosi alla rete viaria imperiale.
Si pensi che nel nostro territorio, oltre all'Alemagna c'erano solo 23 chilometri di strade buone, il resto erano sentieri o mulattiere. Quando l'Austria cedette il passo all'Italia dai 23 chilometri si era passati a più di 160.
Per quanto concerne l'amministrazione ci furono diverse sistemazioni, da regole a cantoni, fino ai distretti. Nel 1819 entrò in vigore la più duratura riforma che diede luogo al Distretto di Ceneda, comuni di Ceneda, Colle, Cordignano, San Giacomo di Veglia, Pieve di Soligo, Tarzo; Distretto di Serravalle, comuni di Serravalle, Cappella, Cison, Follina, Fregona, Lago, Revine, Sarmede.
Nel 1845 fu abolito il Comune di San Giacomo, unito a quello di Ceneda e nel 1853 fu abolito il Distretto di Serravalle aggregandolo a quello di Ceneda, salvo Pieve di Soligo che passò a Conegliano. Tra 1853 e 1866 ci fu perciò un solo Distretto, quello di Ceneda, comprendente 12 comuni.
Interessante l'evoluzione demografica: dai circa trentamila abitanti del censimento veneziano del 1766, si arriva ai poco più di quarantamila nel 1867: un secolo e un aumento del 36%, inferiore alla media provinciale che nello stesso periodo fu del 60%.
Questo dato mostra che nell'area cenedese-serravallese si pagarono più pesantemente l'epidemia di vaiolo del 1797, le guerre 1797-1813, la carestia 1815-17 e le due successive epidemie di colera del 1836 e del 1848: evidentemente il tessuto economico, antropologico, sociale, igienico e alimentare erano ancora molto deboli.
Minore l'incidenza dell'emigrazione che fino al 1866 fu quasi sempre temporanea, caratterizzata cioè da spostamenti in altre aree dell'impero di lavoratori stagionali.
Da uno spoglio di un migliaio di richieste di passaporto, in anni anteriori al 1866, risulta che solo una famiglia su cinquanta chiedeva il documento d'espatrio per l'America, mentre dopo, col Regno d'Italia, sarebbero diventate migliaia.
Impressionanti i numeri dell'istruzione: nel 1807, primo dato disponibile, in tutto il Distretto studiavano 548 ragazzi, detratti i seminaristi i quali, tanto per aver un numero di riferimento, erano 368. Le scuole erano presenti solo a Ceneda, Serravalle e Colle. Alla fine nel 1867 si potevano contare 31 scuole con 39 maestri stipendiati dai comuni e la scolarità nel nostro Distretto fu del 5,55‰ dato certamente basso, ma superiore al 4,79‰ della provincia di Treviso.
L'amministrazione si arricchì di un sistema di codici, quello penale austriaco esteso al Veneto nel 1803, quello civile nel 1812; venne introdotta la leva obbligatoria (un militare ogni 675 abitanti) e si diede avvio all'embrione di un sistema di sanità pubblica con l'istituzione delle condotte mediche, tredici, con quindici levatrici. Ospedali ne esistevano uno a Ceneda e uno a Serravalle, oltre all'ospedale militare e a due case di riposo.
Il capitolo tasse è particolarmente interessante: dovevano pagare una tassa personale tutti gli uomini tra i quattordici anni e i sessanta; poi c'era la tassa prediale sulle proprietà immobiliari e le licenze per l'esercizio di arti o commerci oltre ai dazi per il movimento delle merci. Tuttavia mentre in età veneziana il reinvestimento sul territorio delle imposte era praticamente uguale a zero (con buona pace dei “moderni” Serenissimi) attualmente abbiamo un ritorno fiscale di circa il 20%, mentre sorprendentemente, sotto l'amministrazione austriaca, veniva reinvestito in loco più del 40% destinando ingenti somme a settori disastrati quali istruzione e viabilità.
Si leggono tabelle molto interessanti nella relazione di Tomasi, che mostrano al di là della fredda elencazione dei dati, cambiamenti strutturali: faccio solo l'esempio degli equini che calano quando ci sono le requisizioni belliche, o dei caprini che praticamente si estinguono nel periodo interessato mano a mano che la riqualificazione agricola li contingenta, considerandoli dannosi.
Ci sono anche tabelle sulle industrie e sulla loro principale fonte di energia, quella idraulica: mulini, cartiere, segherie, battiferro e stabilimenti lanieri usano le rete di fiumi e torrenti per servirsi dell'energia dell'acqua, mentre l'industria delle fornaci produce calce, coppi, mattoni, vasi.
Per chi fosse interessato si trovano liste di esercenti di queste e di altre attività e professioni, che danno la misura e il peso di una rinascente vivacità del territorio direttamente proporzionale al miglioramento della qualità delle sua amministrazione.

 
| Pagine: 11-34 | | Editore: De Bastiani editore Anno: C2010-003 |
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